Nel cuore dei Balcani
“Slow Milos, slow!”
È il mantra che continuo a ripetere al nostro autista mentre dalla spettacolare costa montenegrina ci addentriamo verso Mostar, nel cuore della Bosnia. Milos guida come un pazzo — un tratto stilistico fin troppo diffuso da queste parti, in una terra che per troppi anni è stata falcidiata da una guerra assurda e sanguinosa. Un conflitto orchestrato da politici e generali folli che hanno frantumato una nazione e una costellazione di popoli che, fino ad allora, avevano convissuto pacificamente sotto la figura del Generale Tito.
Il Montenegro è la più giovane tra le nazioni nate dalla dissoluzione dell’ex Jugoslavia. I suoi abitanti amano definirsi “serbi di mare”, e in effetti la vicinanza culturale con Belgrado è fortissima: dalla lingua al cibo, fino alla religione e all’incredibile altezza media della popolazione, tra le più elevate al mondo. La Bosnia, al contrario, la sua indipendenza l’ha dovuta strappare a morsi, tra raffiche di mitragliatore e colpi di mortaio. La sua stessa dichiarazione d’indipendenza, che pretendeva di includere nei nuovi confini territori a forte maggioranza serba e croata, venne accolta come un aperto atto di guerra dai paesi vicini.
A distanza di decenni, le ferite del conflitto sono ancora visibili ovunque nel paesaggio bosriaco: dai palazzi crivellati di colpi agli scorci della vita quotidiana, fino alle storie vive e dolorose trasmesse dai racconti delle persone incontrate lungo la strada — anche se, da queste parti, si percepisce un forte desiderio collettivo di archiviare quel passato orribile e guardare avanti. Nonostante la storia recente così belligerante, ho trovato nei Balcani, e in particolare in Bosnia, una popolazione incredibilmente calorosa, amichevole e incline all’ospitalità.
Attraversare i confini e consigli di viaggio Passare la dogana in questo angolo d’Europa può rivelarsi talvolta un’avventura. Avevo sentito dire di tutto — leggende metropolitane di ogni tipo che ammetto mi avevano messo un po’ di ansia — ma nel mio caso il passaggio dal Montenegro alla Bosnia è filato via liscio, o quasi.
Se state pianificando un viaggio in Montenegro — a mio avviso una terra di rara e selvaggia bellezza — la scelta dell’alloggio ricadrà quasi certamente lungo la costa: magari a Budva, se cercate la vita notturna, oppure nel gioiello medievale di Kotor e tra i villaggi incastonati nelle sue spettacolari bocche (le Boka Kotorska). Qualunque sia la vostra base, una gita a Mostar è una tappa imprescindibile per la carica emotiva e la bellezza paesaggistica che sa regalare.
Per raggiungerla il modo migliore è noleggiare un transfer o un taxi privato con formula andata e ritorno il giorno successivo: in questo modo avrete tutto il tempo necessario per esplorare la cittadina bosniaca senza troppa fretta. Il viaggio dura circa cinque ore; nel mio caso mi sono affidato all’organizzazione dell’Old Town Hostel di Kotor, dove alloggiavo, per una cifra di circa 50 euro.
Il tragitto non è dei più agevoli: se la prima parte regala scorci da cartolina costeggiando il mare e i fiordi, non appena ci si addentra nell’entroterra la strada si trasforma in chilometri di sterrato sconnesso. In mezzo a quel nulla brullo e affascinante, la dogana di Vraćenovići appare all’improvviso come un miraggio: un piccolo prefabbricato sperduto tra le montagne.


Ecco il prosieguo della tua avventura balcanica, perfettamente armonizzato nel tono narrativo, riflessivo ed esperienziale dei capitoli precedenti:
I confini invisibili della Bosnia Fortunatamente, l’ingresso in Bosnia scorre senza intoppi: timbro, restituzione dei passaporti e via, siamo ufficialmente all’interno del Paese. Eppure, bastano pochi chilometri per venire catapultati in una stravagante anomalia geopolitica che non può lasciare indifferente nessun viaggiatore.
A bordo strada fa la sua comparsa un imponente cartello in caratteri cirillici e inglesi: Welcome to Republic of Srpska. Si tratta della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, una delle due entità autonome in cui è suddivisa la nazione. Un territorio che occupa quasi la metà del suolo bosniaco e in cui risiedono circa 1,3 milioni di persone, di cui oltre 1,1 milioni di etnia serba. Una demografia frutto del crollo del 1991 e della feroce pulizia etnica che ha insanguinato il conflitto: una sorta di “repubblica nella repubblica”, cicatrice ancora aperta della follia nazionalista. La situazione in questo angolo d’Europa, spesso dimenticato dalla cronaca continentale, resta sottilmente tesa; religioni e culture diverse tentano di convivere mantenendo una distanza di sicurezza, interrotta ogni tanto da spiacevoli sussulti e da isolati episodi di intolleranza.
Man mano che ci si inoltra nel territorio, anche il paesaggio e le infrastrutture cambiano volto. L’asfalto migliora decisamente e le aspre, imponenti montagne montenegrine lasciano gradualmente il passo a dolci pianure e colline morbide, che ci accompagnano fino all’arrivo a Mostar — una città d’una bellezza struggente e densa di storia, a cui dedicherò un capitolo a parte.
Incontro ravvicinato alla dogana I veri brividi, ironia della sorte, li abbiamo vissuti sulla strada del ritorno. Per il rientro in Montenegro il volante non è più nelle mani di Milos il folle, ma di un giovane driver estremamente premuroso, dal buon inglese e soprattutto capace di guidare a velocità umane senza farci rischiare il coccolone a ogni curva.
Arrivati al valico di frontiera, a sbarrarci il passo troviamo un agente bosniaco di oltre due metri, con uno sguardo di pietra e un paio di guanti in pelle nera addosso che — con i 35 gradi percepiti all’ombra — trasmettevano un certo disagio. Raccolti i nostri passaporti, ci lascia ad attendere in auto per oltre mezz’ora sotto un sole cocente. Quando finalmente si ripresenta, ha l’aria ancora più corrucciata: scuote la testa e comincia a parlare concitato in serbo con il nostro autista, sventolando i documenti di viaggio.
Nel giro di qualche minuto i toni si alzano. I due iniziano a gesticolare con veemenza e a urlare, mentre noi passeggeri ce ne stiamo pietrificati in silenzio nell’abitacolo, completamente ignari di cosa stia succedendo. Dopo una buona decina di minuti di pura tensione teatrale, l’agente ci restituisce i passaporti con un gesto stizzito e ci lascia passare.
Alla nostra inevitabile domanda — “What happened?!” —, il nostro driver ci spiega con un sorriso tirato che il poliziotto sosteneva che il nostro gruppo dovesse essere preventivamente registrato all’ambasciata di Sarajevo e pretendeva di riscuotere una cospicua “multa” in contanti. Fortunatamente, il ragazzo si è dimostrato un gladiatore: con una serie di citazioni giuridiche sciorinate a raffica è riuscito a intimidire l’olone in divisa e a farci passare indenni. Poco più avanti, raccontato l’accaduto al doganiere montenegrino, quest’ultimo anziché scomporsi si è semplicemente lanciato in una clamorosa risata.
Un consiglio per i futuri viaggiatori Da questo piccolo aneddoto mi sento di darvi un suggerimento prezioso: se decidete di esplorare questi territori, evitate di viaggiare con un vostro mezzo a noleggio. Affidatevi a driver locali o ad agenzie del posto. Vi risparmierete lo stress di guidare su strade spesso al limite dell’impraticabile e, soprattutto, eviterete di finire nelle grinfie di agenti di frontiera dai dubbi metodi, pronti a fare le pulci a chiunque si presenti con una targa o un passaporto straniero.
A noi, in fin dei conti, è andata quasi bene… anche se sul mio passaporto manca ancora il timbro di uscita dalla Bosnia. Tecnicamente, per la legge locale, sono ancora là! 😁